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L’esperienza dell’Isìa
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La Sala delle Capriate ospita una serie di opere che raccontano un’esperienza di fondamentale importanza nel panorama cittadino del Novecento: negli anni fra le due guerre Monza è sede dell’Istituto Superiore per le Industrie Artistiche, noto come Isìa.
La scuola, collocata negli ambienti della Villa Reale che era stata abbandonata dai Savoia dopo l’uccisione di re Umberto I avvenuta a Monza il 29 luglio 1900, ebbe il merito di formare una schiera di giovani artisti con un approccio multidisciplinare e pratico, con l’esempio di grandi maestri e la possibilità di sperimentare in laboratori didattici all’avanguardia tecniche diverse, dall’artigianato all’arte applicata, dalla pittura alla scultura.
Ferro e ceramica, legno e metalli ma anche grafica pubblicitaria, disegno dal vero e decorazione sono solo alcune delle discipline in cui i giovani allievi si potevano cimentare: il museo conserva una ricca selezione di opere provenienti dalla scuola, ascrivibili sia agli allievi che ai maestri. Tra questi spiccano i due massimi scultori italiani del Novecento, Arturo Martini e Marino Marini. Al primo si deve il gesso della “Leda con il cigno” che campeggia al centro della sala: una statua imponente, essenziale, che rimanda all’amore dell’artista per la scultura arcaica e per la sintesi delle masse. Marino Marini lascia invece a Monza il bassorilievo con il “San Giorgio e il drago”, prima attestazione del tema del cavallo e cavaliere. Lo scultore è ritratto da Costantino Nivòla, uno degli allievi più validi, parte di un gruppo di giovani di talento provenienti dalla Sardegna come Salvatore Fancello. La classe di pittura prevede gli insegnamenti di Raffaele de Grada e Pio Semeghini: al De Grada dobbiamo alcune vedute di angoli del centro di Monza destinati a scomparire con gli interventi urbanistici degli anni Trenta, come la “via dei mulini” del dipinto esposto sulla parete accanto al bassorilievo di Marino Marini. Il Parco fu ovviamente uno dei soggetti più amati dagli artisti operosi in quegli anni: angoli ed edifici vengono riletti in chiave moderna, non aulica ma evocativa, come nei quadri di Nivòla, Lilloni e Lattuada.
Con gli oggetti esposti alle tue spalle, puoi approfondire un altro interessante tema di quegli anni documentato in museo: parallelamente all’attività dell’ISìA vengono promosse le “Esposizioni internazionali di arti decorative”, destinate a favorire l’aggiornamento della cultura artistica nazionale grazie al confronto con esperienze estere. Negli ambienti della Villa Reale monzese furono allestite quattro edizioni della mostra: le prime tre biennali, nel 1923, 1925 e 1927; la quarta, nel 1930, fu l’ultima rassegna prima del trasferimento della manifestazione, da allora “Triennale”, a Milano. Le Biennali fecero convergere a Monza artisti da tutta Italia e da tutta Europa: arredi e oggetti di artigianato artistico venivano esposti a comporre esempi efficaci di unità delle arti. Dalle esposizioni di quegli anni provengono i tre pezzi esposti in museo: il “Vaso Forma Monza 91” di Guido Andlovitz, lo “Specchio” di Dagobert Peche e il “Levriero” di Italo Griselli.
La visita prosegue nella torre di vetro, il cui ingresso è posto dietro una parete su cui potrai ammirare una riproduzione di una foto d’epoca che ritrae i giovani allievi all’opera nelle aule dell’ISìA: qui troverai esposta una selezione della ricca produzione ceramica di allievi e maestri. Vasi, anfore, composizioni a mosaico di piastrelle illustrano la creatività e la modernità del linguaggio espressivo, primo fra tutti quello di Salvatore Fancello, artista scomparso giovanissimo durante la Seconda guerra mondiale, che evoca in maniera suggestiva i ricordi della sua Sardegna.
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