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Ottocento monzese: tra poesia e realismo
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Il percorso ci porta nella sala successiva dove una grande “Annunciazione” di Andrea Michieli, pittore manierista veneto, conclude il nostro viaggio nella pittura antica. Da qui, ci immergiamo nel XIX secolo con lo splendido dipinto della “Monaca di Monza” realizzato da Giuseppe Molteni e ispirato alle pagine dei Promessi Sposi, un’opera di chiaro gusto romantico con la giovane colta con un’espressione di dolore e le lacrime che le rigano il volto.
Spostandoci idealmente nella seconda metà dell’Ottocento, incontriamo i pittori monzesi che hanno dato vita a una stagione molto felice e proficua per l’arte lombarda di quegli anni. Capeggiati da Mosè Bianchi – il più importante pittore monzese –, questi artisti aprono lo sguardo sui più significativi avvenimenti dell’arte contemporanea, sia a livello di stile che di scelta dei contenuti, lasciandosi ispirare in particolare dalle novità provenienti dalla Francia. Fu il Bianchi – rappresentato qui dal suo ritratto in bronzo, realizzato per omaggiare il pittore morto nel 1904 – a spostare l’attenzione da soggetti di gusto romantico e letterario a temi di attualità, in cui i protagonisti sono persone comuni, colte nei momenti più semplici di vita quotidiana.
Su questa linea si pone la produzione di Eugenio Spreafico, molto attento alla dimensione del lavoro – in particolare quello femminile – e a una visione poetica di Monza che sta cambiando da borgo rurale a città industriale, rinomata per i suoi cappellifici. Ammiriamo il suo “Ritorno dalla filanda”, che ricorda il celebre “Quarto stato” declinato al femminile ma con un tono poetico e nostalgico, privo di sfumature di denuncia sociale; sulla parete antistante è esposto “Dolori. La Sagra dei morti”, un dipinto ambientato nei pressi dell’antico cimitero di San Gregorio oggi non più esistente. Allo Spreafico si devono anche le guardiane di oche o tacchini che si muovono sullo sfondo delle Prealpi nelle campagne intorno alla città, quadri visibili sui pannelli a destra, mentre il nipote di Mosè Bianchi, Emilio Borsa, è l’autore della suggestiva veduta di un angolo di Monza ormai scomparso, con il grande dipinto dedicato ai mulini sul Lambro, caratterizzato da splendidi effetti luministici e cromatici.
Oltre al Borsa, Mosè ebbe un altro nipote pittore, Pompeo Mariani: tra i compagni monzesi Pompeo fu il più mondano e cosmopolita, tanto da compiere a fine Ottocento un viaggio in Egitto alla ricerca di soggetti esotici assai in voga in quegli anni. Frutto di questo viaggio sono moltissimi schizzi e disegni da cui il pittore trasse poi i quadri finiti, come la “Veduta del Nilo presso Il Cairo”.
Anche Carlo Fossati, forse il meno noto dei pittori monzesi dell’epoca, fu un viaggiatore: lasciò l’Italia per il Sudamerica, dove morì molto giovane. Prima di partire, il pittore realizzò il grande quadro intitolato “Libellule”, che rievoca un paesaggio piemontese e i giochi dell’infanzia.
Prosegui la visita: raggiungerai un ambiente in cui vedi esposto il “Deserto” di Pompeo Mariani, ricordo del suo viaggio in Egitto, mentre sulla parete dello scalone ha trovato posto il grande cartone preparatorio che Mosè Bianchi eseguì in vista della decorazione del soffitto della Saletta Reale, la sala d’attesa allestita alla stazione ferroviaria di Monza negli anni Ottanta del XIX secolo per i sovrani – Umberto I e Margherita di Savoia – che utilizzavano il treno per raggiungere Monza e la reggia estiva. Forse uno degli ultimi grandi affreschisti, il Bianchi elabora qui una composizione celebrativa della casata, con i simboli di casa Savoia e un trionfo di amorini.
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