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La Signora di Monza
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Il dipinto di Giuseppe Molteni esposto in questa sala ci porta a incontrare la figura che tutti conoscono come la Monaca di Monza, resa immortale da Alessandro Manzoni nei “Promessi Sposi”. In realtà, la vicenda narrata nel romanzo si basa su una storia vera, che si svolse tra Milano e Monza a cavallo tra Cinque e Seicento e che Manzoni conobbe grazie alle Historiae Patriae, redatte dallo storico Giuseppe Ripamonti, cronista della terribile pestilenza del 1630, che narra la vicenda quando la donna era ancora in vita e in rapporti epistolari con il cardinale Federico Borromeo.
Nella realtà la monaca fu una nobile di nome Marianna, nata nel 1575 a Milano, in Palazzo Marino. Sua madre era infatti donna Virginia Marino; il padre, don Martino de Leyva, apparteneva a una delle casate più influenti e rispettate della nobiltà spagnola, titolare del feudo di Monza. Per evitare la dispersione dell’eredità, il padre la costrinse alla monacazione forzata e nel 1589, a soli 14 anni, Marianna fu mandata a Monza, presso il monastero di Santa Margherita, dove prese il nome di suor Virginia Maria.
Qui divenne la Signora, esercitando di fatto il potere feudale sul borgo di Monza; tra le mura del convento ebbe inizio la storia d’amore tra suor Virginia e Gian Paolo Osio, il cui palazzo confinava con le mura del monastero. I giovani, con la complicità di altre suore e di alcuni abitanti del borgo, poterono vivere per anni il loro amore clandestino che portò alla nascita di due figli (il primo deceduto, la seconda riconosciuta dal padre).
Ma la vicenda non poté rimanere nascosta a lungo: nel 1607 le minacce da parte di una conversa di rivelare la verità innescarono una serie di omicidi e violenze che arrivarono al Governatore di Milano e al cardinale Federico Borromeo. L’Osio fuggì, ma il suo destino era segnato e venne tradito e ucciso, non prima di aver aiutato a scappare le monache complici tentando poi di assassinarle; suor Virginia venne rinchiusa in un monastero milanese dove fu sottoposta a processo. Tra interrogatori e torture arrivò la condanna per tutti i protagonisti: gli atti del processo – a lungo secretati – ci svelano in tutta la sua drammaticità la vicenda, sino alla sentenza. La Signora, abbandonata dalla famiglia, fu condannata a essere reclusa in una minuscola cella, con una sola, piccola apertura per ricevere cibo, aria e un poco di luce. Furono anni di espiazione durissima, che alla fine portarono il cardinale Federico a concederle il perdono e la possibilità di uscire dalla sua prigione. Suor Virginia morì in veneranda età, per quell’epoca: sopravvisse alla disumana prigionia e alla terribile peste del 1630, per spegnersi nel 1650 nel convento milanese in cui scelse di finire i suoi giorni.
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